categoria: Vicolo corto
Perché (noi) della Generazione Z non abbiamo voglia di impegnarci


Post di Alessandro Meneghella, economista e consulente strategico in Disal Consulting –
Dreamland – Bali – 18.00
Un sole di fuoco sta scomparendo dietro onde che si infrangono a pochi metri dalla costa e che accolgono qualche surfista desideroso di sfruttare l’ultimo raggio di luce di un giorno della settimana di cui non ricorda davvero il nome. Io sono già uscito, ho ancora il fiatone, i capelli sgocciolano acqua salata sul viso e con un sorriso di fatica e soddisfazione mi incamino verso il warung fronte oceano dove mi aspettano Francesco e Luca, rispettivamente Analyst e Senior Consultant di due grosse multinazionali del settore IT.
Quindici giorni fa ero all’incrocio tra Lincoln’s Inn e il Peacock Theatre, abbracciavo i miei compagni di viaggio e stringevo tra le mani un sudatissimo certificato che riportava il logo della London School of Economics e la dicitura “MSc in Economics – passed with Merit”. In una vita parallela sono ancora li, in giacca e cravatta, pronto a trascorrere le mie giornate in un immenso, platinato grattacielo tra Canary Wharf e Oxford Street; in questa mi trovo in Indonesia, in costume da bagno e con un biglietto di sola andata.
Un sondaggio condotto da Snapchat in USA nel 2020 ha rivelato che il 47% degli studenti intervistati stava considerando un cambio di percorso professionale. Allo stesso modo, circa metà degli appartenenti a Gen Z o Millennial desiderava intraprendere una carriera non tradizionale, a fronte di meno di un quarto di Gen X e Boomer. Una tendenza simile sta emergendo anche in Europa e in Italia, ma c’è ancora poca chiarezza e molta incertezza.
Dietro le scelte di una generazione compatita e denigrata
Infatti, queste sono solo alcune delle statistiche che descrivono i comportamenti e le preferenze di un gruppo di persone di cui si parla tanto ma con cui ci si confronta poco. Non sono né protagonisti attivi della Great Resignation né attori passivi del Quite Quitting – preferiscono anticipare questi fenomeni rifiutandosi di entrare nel mondo del lavoro o di scendere a compromessi per un biglietto da visita in cui non credono davvero. Ma perché lo fanno? Cosa c’è dietro le scelte di una generazione tanto compatita quanto denigrata? Chi frequenta ora gli studi ha davanti a sé un’infinità di possibilità e una forte disillussione verso la maggior parte di queste. È proprio la combinazione di queste due variabili che lo porta ad approcciarsi in maniera randomica e imprevedibile nei confronti del futuro.
Mai come in questo momento le conseguenze di globalizzazione e digitalizzazione riducono al minimo le barriere economiche e aprono le porte a una serie di esperienze la cui fattibilità rappresentava un’utopia per qualsiasi individuo nato nel millennio precedente. Un universitario oggi può studiare in Nord-Europa, fondare una startup in Italia, fare un internship, pagata e non, in America, partecipare a un programma di volontariato in Africa, lavorare a un progetto di ricerca per l’Australia – ho personalmente vissuto la maggior parte delle esperienze elencate durante i primi tre anni di studi. E questo senza neanche tenere in considerazione il paniere di alternative disponibile una volta terminato il percorso accademico. Ma se il problema fosse proprio l’abbondanza di scelte?
Troppe opzioni in un tempo limitato
Lo psicologo americano Barry Schwartz formalizza questo disagio nel “paradosso della scelta”: un’insoddisfazione che l’uomo sperimenta quando è chiamato a valutare un numero eccessivo di opzioni in un tempo limitato. In quel momento l’agente razionale riceve un sovraccarico cognitivo che lo porta a provare indecisione, ansia, stress e, in ultima istanza, una “paralisi da eccesso di libertà”. Se costretto a decidere, vive in un costante stato di FOMO – Fear Of Missing Out – a causa del quale non è in grado di godersi ciò che ha scelto perché mangiato dal rimorso delle alternative scartate. L’angoscia Kierkegaardiana viene esasperata nel Paese delle Meraviglie in cui tutto è possibile, ogni cosa è raggiungibile.
Controllare gli eventi in un mondo che va a rotoli
Come se non bastasse, ciascun percorso non è svalutato solo dall’esistenza di opzioni sostitute ma anche dal potenziale percepito di ciascuna di queste. Chi si affaccia oggi nel mercato del lavoro non ha fiducia nel domani. Secondo il “2024 Gen Z and Millennial Survey” di Deloitte, meno di un terzo (32%) della Gen Z è ottimista riguardo a un miglioramento dell’economia, e poco più di un quarto (28%) prevede progressi in ambito socio-politico.
Le ragioni non sono difficili da intuire: siamo la prima generazione che è cresciuta con la presunzione di poter controllare il corso degli eventi e che si è trovata ad essere spettatrice inerme di un sistema che sembra andare a rotoli. Se i governi rifuggono dalla cooperazione per abbracciare misure isolazioniste, se le nazioni continuano a perseguire una crescita smisurata e a ignorare i campanelli d’allarme relativi al clima, se gli sviluppi tecnologici aumentano l’incertezza piuttosto che il progresso sociale, perché ci si dovrebbe impegnare in una professione che probabilmente non esisterà neanche più tra dieci anni?

Se i governi rifuggono dalla cooperazione per abbracciare misure isolazioniste, se le nazioni continuano a perseguire una crescita smisurata e a ignorare i campanelli d’allarme relativi al clima, se gli sviluppi tecnologici aumentano l’incertezza piuttosto che il progresso sociale, perché ci si dovrebbe impegnare in una professione che probabilmente non esisterà neanche più tra dieci anni? (Foto Unsplash)
Ecco che la risposta a questa riflessione prende forma in una reazione duplice e dicotomica. Da una parte c’è chi si chiude in se stesso, aprendo le porte a quell’ospite inquietante perfettamente descritto da Umberto Galimberti: il nichilismo – il numero di Hikikomori in Italia, ad esempio, è in costante aumento e ha superato i 50mila soggetti. Dall’altra c’è chi, come un bambino in un negozio di dolciumi, inizia a saltare da un contenitore di caramelle all’altro abbuffandosi il più possibile di qualsiasi cosa gli capiti a vista. Dopotutto un’altra delle conseguenze dell’avvento capitalista è proprio lo smodato consumo di oggetti, esperienze… persone e sentimenti.
Una generazione che non si compra con il denaro
Ma come invertire il corso degli eventi e provare a conquistare una massa di individui che, volente o nolente, sarà chiamata a rappresentare la reale forza economica, politica e sociale di qualsiasi Stato? In un’epoca disincantata dateci una speranza, grande o piccola che sia. Abbiamo infinitamente bisogno di un senso di vita, di uno scopo in cui credere.
Per le ragioni elencate in precedenza non siamo più interessati a una carriera stellata o a un portafoglio pieno. Vogliamo avere (almeno) l’illusione di generare un impatto, di essere utili a un sistema verso cui ci sentiamo estranei. Ed è in questa condizione che le piccole aziende possono avere la loro rivincita contro i grandi colossi. Per dimensioni, hanno sia la possibilità di prestare più attenzione al singolo talento sia la capacità di trasmettere un sogno concreto in cui il contributo individuale è misurabile ed emerge come essenziale per il successo collettivo.
Perché, parafrasando Kenneth Boulding, chiunque pensi che può comprare questa generazione con lo stesso denaro che sta mettendo il mondo in crisi o è un folle o è un economista.
Bibliografia
Deloitte. (2024). Deloitte Global Gen Z and Millennial Survey 2024.
Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Fisiologia Clinica. (2023, 24 marzo). Il fenomenodell’Hikikomori è oggetto del nuovo studio epidemiologico Ifc. Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Fisiologia Clinica.
Intesa Sanpaolo. (2024). Job Hopping e GenZ: Perché cambiano lavoro ogni due anni?
Rossitto, S. (2023, 9 novembre). Aumenta di oltre il 40% il numero degli italiani che cambiano illavoro nel giro di due anni. La formazione è l’argine. Il Sole 24 ORE.
SoStandard. (s.d.). Social media is changing Gen Z’s career aspirations.