Basta founder in burnout: lo startup studio è la risposta

scritto da il 03 Aprile 2025

Post di Alessandro Arrigo, CEO e co-founder Startup Bakery

Negli ultimi tempi il tema del burnout dei founder è emerso come questione cruciale per l’ecosistema startup. Il recente articolo apparso su Sifted “More than half of founders experienced burnout last year” lo mette bene in evidenza: essere un imprenditore è spesso un’esperienza solitaria, caratterizzata da pressioni estreme, incertezza costante e un livello di stress che può avere conseguenze significative sulla salute mentale.

La narrazione tradizionale dipinge infatti il founder come un eroe solitario che gestisce tutto, dalla raccolta fondi alla strategia di crescita. Ma questo modello, nato in un contesto e in un mercato molto differenti dai nostri – leggi Silicon Valley – non solo è inefficiente ma rischia di diventare anche insostenibile dal punto di vista umano.

L’innovazione, parafrasando il concetto di fare impresa dello scrittore e saggista Simon Sinek, non è infatti una corsa a ostacoli con un traguardo definitivo ma un gioco infinito il cui numero di giocatori non è dato, così come le regole o la durata del gioco stesso. E il valore di questo gioco sta nella capacità di sapersi adattare e continuare a costruire nel lungo periodo.

Eppure, nonostante faccia fatica ad attecchire con successo e rischi di lasciare anche strascichi sociali rilevanti, si ha come la convinzione che il modello importato dalla Silicon Valley debba rimanere immutabile ed essere calato così come è anche nei nostri ecosistemi.

Il co-founding dello startup studio come soluzione strutturale

Il modello degli startup studio rappresenta sicuramente un’alternativa concreta e più sostenibile: non più imprenditori lasciati soli con il peso dell’intera operazione ma co-founder operativi che entrano in un contesto con metodologie, risorse e processi già avviati. Ogni fase – dallo sviluppo del prodotto alla raccolta fondi – viene affrontata con il supporto dello studio, che in alcuni casi funge da co-founder senior. E si lavora affinché ogni startup abbia una base solida e una strategia di go-to-market ben definita di modo che il co-founder possa concentrarsi solo sull’execution, senza essere sopraffatto da tutte le sfide operative, finanziarie e burocratiche.

Se l’approccio tradizionale al fare impresa è caratterizzato dalla scarsità di tempo, fondi e competenze, gli startup studio partono dal principio opposto: abbondanza di supporto, dati e strategie collaudate. Questo non solo aumenta le probabilità di successo della startup, ma riduce lo stress e l’isolamento del founder, contrastando il burnout che colpisce oltre la metà degli imprenditori e il desiderio di mollare tutto, già sperimentato da due su tre.

“Non vedo una via d’uscita,” ha confidato uno startup founder “tradizionale” a Sifted. “Richiederebbe troppo sforzo, incluso il fundraising, quindi ho già deciso di chiudere l’azienda. Sento già migliorare la mia salute, anche se perderò una somma considerevole di denaro”.

Non basta parlare di benessere, serve innovare in modo sostenibile

Inseguire il sogno dell’unicorno, raggiunto da meno dello 0,01% delle aziende, genera frustrazione. I numeri parlano chiaro: in Silicon Valley 10.500 scaleup (le startup più “promettenti”, quelle che hanno raccolto almeno 1 miliardo di dollari) hanno raccolto 758,5 miliardi mentre in Europa 14.234 hanno raccolto 346,2 miliardi. Le startup americane raccolgono quindi in media tre volte di più di quelle europee. Nel nostro paese il divario è ancora più marcato: le 711 scaleup italiane hanno raccolto solo 9,6 miliardi, con una media di 13 milioni a testa (fonte: Mind the Bridge Report 2024).

Questa differenza non è solo una questione di accesso ai capitali, ma un problema strutturale: frammentazione del mercato, rigidità burocratica, fuga dei talenti e scarsa cultura imprenditoriale. In questo contesto puntare esclusivamente all’unicorno diventa una battaglia infinita e spesso insostenibile. Secondo il Chairman di Mind the Bridge Alberto Onetti, che riporta dati Sifted sul mondo fintech, il problema si estende anche alla redditività: “Di 50 unicorni fintech in Europa solo 13 sono redditizi”. Il che dimostra quanto sia raro costruire startup profittevoli.

Ma, allora, se l’innovazione è un gioco infinito, il modo in cui scegliamo di giocare conta.

La terza via degli startup studio: meno burnout, più equilibrio 

Possiamo continuare a raccontarci la storia del founder solo contro il mondo oppure possiamo adottare modelli più intelligenti, collaborativi e sostenibili. Modelli che prevedono la suddivisione del carico di lavoro tra co-founder e studio per tutta la durata della crescita fino alla exit che a volte, come nel nostro caso, prevede una cessione a un partner industriale.

Gli startup studio offrono una terza via tra il “go big or go home”: l’early exit consente di costruire startup solide, trovare un mercato, generare un impatto e realizzare un ritorno soddisfacente. Una strategia finanziaria sana che tutela le persone perché genera meno stress, meno burnout, più equilibrio tra vita personale e professionale e permette di costruire una carriera imprenditoriale duratura, con più progetti di successo nel tempo.

L’esigenza di costruire modelli alternativi più adatti alla nostra realtà

Un tema in parte tirato in ballo anche dal Founder e Managing Partner di United Ventures Massimiliano Magrini che, citando l’articolo di Bloomberg “Venture Capital’s ‘Blitzscaling’ Obsession Is Warping the World”, sottolinea la possibilità per il mondo extra-Silicon Valley di costruire un ecosistema di venture capital che eviti la trappola del “blitzscaling” ovvero tutto ciò che si mette in campo quando si ha necessità di crescere molto molto rapidamente con l’obiettivo di diventare un pioniere della scalabilità. “E se gli investitori iniziassero a vedere le differenze culturali ed economiche come opportunità, anziché svantaggi?”. Invece di inseguire unicorni, potremmo creare portafogli che valorizzino startup profittevoli nel lungo periodo.

startup studio

È possibile adottare modelli che prevedono la suddivisione del carico di lavoro tra co-founder e studio per tutta la durata della crescita fino alla exit. (Designed by Freepik)

La vera sfida è smettere di importare un sistema che non ci appartiene e costruire modelli alternativi più adatti alla nostra realtà.

Anche perché capitali e crescita possono venire meno non solo per incapacità personale ma spesso anche per crisi o cambiamenti sistemici: il 46% dei founder nel settore climate, per esempio, sta valutando di lasciare la propria startup nei prossimi 12 mesi perché la vittoria di Donald Trump ha avuto un impatto sull’agenda verde europea e importanti gruppi di lobby in Francia e Germania hanno iniziato a spingere per eliminare i requisiti e le normative ESG per le imprese europee. “Questo – ha commentato un founder – rende il mercato incerto e a rischio collasso”.

Il benessere del founder non è un optional

Se già affrontare le sfide operative è complesso, la variabilità del mercato rende tutto ancora più difficile. Alcuni investitori stanno introducendo programmi di supporto psicologico per i founder, ma non basta. II benessere del founder non è un optional: deve diventare un elemento strutturale del modello stesso.

Per questo abbiamo inserito l’empatia nella nostra Carta dei Valori (una sorta di codice di condotta), facendone un principio guida anche nello sviluppo di nuove startup. Ogni SaaS che creiamo deve contribuire concretamente ad almeno uno degli SDG (Sustainable Development Goals) dell’ONU e tra questi c’è anche quello di assicurare la salute e il benessere per tutte le persone, a ogni età.

Il futuro dell’innovazione non appartiene a chi resiste più a lungo sotto il peso dello stress ma a chi sa costruire con intelligenza, ovvero sa condividere il carico e sa restare nel gioco. Il modello startup studio con co-founder operativi è una risposta concreta a questa esigenza ed è il motivo per cui crediamo che possa rappresentare il futuro del fare impresa.