categoria: Sistema solare
Trump e i dazi: quali aziende pagheranno il prezzo più alto?
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Post di Lucia Iannuzzi e Paolo Massari, international trade advisors e co-fondatori delle società di consulenza doganale C-Trade e Overy –
Donald Trump ha riportato in primo piano la questione del protezionismo commerciale, scuotendo gli equilibri economici globali con una politica dei dazi aggressiva. Con l’introduzione di nuove tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio, oltre alla conferma di ulteriori restrizioni su settori chiave come l’automotive e i semiconduttori, ma anche “su tutto il resto”, come ha dichiarato lo stesso Trump mercoledì 26 febbraio, l’impatto sulle aziende europee si prospetta potenzialmente devastante. Ma qual è il quadro attuale e quali potrebbero essere le conseguenze nel breve e lungo termine per le economie coinvolte e le aziende, tanto dell’UE quanto degli Stati Uniti?
Ue/USA: un fragile equilibrio
I dati della Commissione Europea mostrano una relazione commerciale di interdipendenza tra l’Ue e gli Stati Uniti. Nel 2023, Bruxelles ha esportato beni per 503 miliardi di euro verso gli Usa, con un surplus di 157 miliardi di euro. Tuttavia, nel settore dei servizi, il deficit commerciale è stato di 109 miliardi di euro a sfavore dell’UE. Gli investimenti reciproci hanno toccato i 5,3 trilioni di euro, dimostrando una forte integrazione economica.
L’idea di Trump di considerare l’Iva europea come una barriera commerciale è un esempio della fragilità di questo equilibrio. L’Iva è infatti un’imposta sul consumo adottata in oltre 170 paesi, inclusi gli States, e non costituisce un ostacolo al commercio secondo la Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Eppure, il nuovo protezionismo americano mira a riequilibrare a favore degli Usa il bilancio commerciale, anche a costo di scatenare tensioni con i partner storici.
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ospita la sua prima riunione di gabinetto alla Casa Bianca, 26 febbraio 2025. REUTERS/Brian Snyder
Una cieca guerra commerciale, in un momento storico così liquido sotto il profilo del diritto internazionale, determina una sola certezza: a pagarne le conseguenze saranno, come sempre, le aziende, e non solo quelle dell’Unione europea.
Le misure protezionistiche e la risposta dell’Ue
Dal 12 marzo 2025, gli USA imporranno dazi addizionali su acciaio e alluminio, con la motivazione di proteggere la produzione interna e la sicurezza nazionale. Questo annuncio, contenuto in un comunicato della Casa Bianca, riflette la visione di Trump di un’America che vuole tutelare le proprie industrie e riempire le casse dello Stato, andando a compensare con i dazi la riduzione delle imposte sul reddito.
Bruxelles non ha tardato a rispondere. L’11 febbraio, la presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, ha dichiarato: “Mi rammarico profondamente della decisione degli Stati Uniti di imporre tariffe sulle esportazioni europee di acciaio e alluminio. Le tariffe sono tasse: dannose per le aziende, peggio per i consumatori. Le tariffe ingiustificate sull’Ue non rimarranno senza risposta: innescheranno contromisure ferme e proporzionate”.
Tre giorni dopo, un comunicato ufficiale della Commissione ha ribadito che l’Unione applica alcune delle tariffe più basse al mondo, con il 70% delle importazioni a dazio zero, e che le nuove misure statunitensi non hanno giustificazioni economiche valide. L’Ue ha promesso azioni immediate per proteggere le proprie aziende, lavoratori e consumatori.
I dazi e le possibili conseguenze per le imprese italiane
L’Italia, che nel 2023 ha esportato beni per oltre 67 miliardi di euro verso gli Usa, potrebbe subire un aggravio tra i 4 e i 7,5 miliardi di euro a causa dei nuovi dazi. Il settore manifatturiero, in particolare, risentirà pesantemente delle restrizioni su acciaio, alluminio, automobili e prodotti tecnologici.
Ma gli Usa rischiano una fiammata dell’inflazione
Goldman Sachs ha stimato che ogni punto percentuale di aumento dei dazi sulle merci canadesi e messicane comporterebbe un incremento dell’inflazione americana dello 0,1%. Con l’aggiunta delle tariffe su prodotti cinesi ed europei, l’impatto potrebbe essere ancora più significativo, minando la crescita economica statunitense e penalizzando le imprese locali.
Escalation o compromesso?
La storia recente dimostra che le misure protezionistiche possono avere effetti controproducenti. Il caso Harley-Davidson ne è un esempio: per evitare i dazi imposti dall’Ue in risposta a quelli di Trump durante il suo primo mandato, l’azienda spostò parte della produzione in Thailandia, ma si vide contestare l’origine non preferenziale dei prodotti, finendo per subire maggiori costi e complicazioni burocratiche.
Ora la grande incognita è se l’Ue riuscirà a mantenere una risposta coesa. I rapporti tra gli Stati membri e l’amministrazione Trump sono infatti differenti: alcuni paesi hanno legami più stretti con Washington, mentre altri spingono per una linea più dura contro il protezionismo statunitense. Se l’Ue agirà in modo unitario, potrebbe limitare i danni e negoziare soluzioni di compromesso.
L’unica certezza, in un contesto così volatile, è che a pagare il prezzo più alto saranno le aziende, sia europee che statunitensi, strette nella morsa di una guerra commerciale che nessuno sembra davvero in grado di vincere.